Associazione Pro Canneto

Storia di Canneto

Dall’antichità preromana al dominio di Roma La Sabina non è una provincia ma una regione storica. Ciò significa che essa viene individuata e considerata non per quelli che sono stati i suoi confini politici e geografici durante le diverse epoche storiche, ma per quello che è stato il territorio di stanziamento del suo popolo autoctono. Un’popolo che estendeva, prima dell’avvento di Roma, più di 3500 anni fa, il proprio dominio dal meridione del reatino al Tevere attraverso i Monti Tiburtini e i Cicolani, Ma parlare di dominio è improprio, perché gli antichi sabini, da quel poco che sappiamo della loro civiltà vivevano in comunità agro-pastorali, indipendenti e federate tra loro solo per resistere ad eventuali attacchi esterni.

Era un popolo pacifico, curioso delle popolazioni vicine e talmente poco conflittuale da facilitare il compito dei suoi bellicosi confinanti. Il carattere montagnoso del loro territorio li teneva d’altra parte lontani da ingerenze troppo forti dei Sanniti, degli Etruschi e degli Umbri, loro vicini, poco interessati a quanto il territorio sabino poteva offrire. Non andò così invece con i Romani; per la giovane ed ambiziosa città la sabina era ricca d’un bene più prezioso dell’oro: un’ampia riserva umana: donne, giovani e ragazzi che avrebbero potuto rinforzare l’esangue demografia di questo popolo di pastori. Gli storici atrualmente sono del parere che il ratto delle Sabine sia più che una leggenda. Ma i Sabini, che forse furono il primo popolo a dover subire la conquista romana non soffrirono però le tristi conseguenze che tale conquista doveva fruttare ad altri popoli. Essi mantennero la loro strutrura di governo e la loro cultura e i Romani si accontentarono di scaglionare qualche avamposto militare lungo l’arteria che attraversava la Sabina e che per loro era la più importante tra tutte le grandi strade che giungevano Roma: la Salaria, la strada del sale, elemento primario per la conservazione dei cibi a quell’epoca al punto che la stessa paga dei soldati era erogata in sale (da cui la parola salario). Verso la fine dell’Impero Romano molti personaggi della corte, caduti in disgrazia o disgustati dalla corruzione che stava sommergendo Roma, scelsero il ritiro tra i colli sabini. Costruirono le loro ville, grandi fattorie, attorno alle quali sorgevano lentamente i primi nuclei urbani, essi importarono nuove forme di coltivazione del suolo e di allevamento iniziando quel processo di trasformazione e di miglioramento dell’ambiente naturale che verrà potentemente proseguito nei secoli del Medioevo.

Il Medioevo e la nascita di Canneto

Quando Roma cadde l’orda dei popoli del Nord spazzò la Sabina. I’antica città di Cures, la capitale della Sabina venne distrutta dai Goti. ville romane furono abbandonate. I campi e i frutteti ritornarono presto preda della sterpaglia, le greggi si inselvatichirono, tra le pietre delle fattorie crebbe l’erba. I Goti e i Vandali passarono di lungo per queste terre che promettevano loro un misero bottino, prive com’erano di città e di ricchezze, ma i longobardi, gli ultimi arrivati delle grandi ondate migratorie dei barbari la pensavano in diverso modo. Era un popolo che badava più alla sostanza che all’apparenza. Qui la terra era adatta ai loro allevamenti ovini e presto trovarono un’intesa profonda con le popolazioni del luogo. I vecchi fondi romani furono nuovamente dissodati e trasformati in farae dee in fattorie ognuna abitata da un clan familiare che a volte poteva raggiungere i 40-60 membri. E poiché lungo la Sabina correva il limes, cioè il confine armato che separava il territorio longobardo dal ducato di Roma e dai territori bizantini le farae erano al tempo stesso fattori e avamposti militari, un po’ come oggi, un kibbutz israeliano nei territori occupati.I rapporti non furono sempre pacifici con i Longobardi. Intorno al 592 il duca di Spoleto Ariulfo devastò l’intero territorio come rappresaglia agli attacchi alle basi longobarde in Umbria che erano partite dal territorio sabino. La guerriglia, per circa due secoli, tra il VI e il VII sec. fu un elemento endemico della vita di questo territorio. I ritrovamenti di resti di armi anche in insediamenti agricoli in questa zona lesi inumiano di come sì andasse al lavoro pronti ad ogni evenienza.E’ in questo contesto che si situa la leggenda di Aginulfo, un giovane principe longobardo scacciato da Cividale del Friuli a causa di un temperamento un po’ troppo irruento e che, inviato a Fara Sabina (la quale grazie alla propria posizione strategica aveva smesso il suo originario aspetto di fattoria per diventare una vera e propria fortezza), non solo pacificò la regione e sgravò i sabini dagli esosi tributi loro imposti dai duchi spoletani, ma sposò, proprio a Canneto, una fanciulla sabina, Artemia, ai piedi del millenario olivo allora venerato come una divinità naturale.Ma accanto al dominio longobardo un altro potere si stendeva sulla Sabina, quello dell’Abbazia di Farfa. Scrive nell’XI sec. Un erudito dell’epoca, l’Abate Ugo: ‘Come una sola eccezione (…) nel Regno d’Italia non si trovava un monastero paragonabile a Farfa per ricchezza”. Liberatosi nell’VII sec. dal controllo dei longobardi il monastero passa nel IX sec. sotto la protezione del potere imperiale. Gli abati farfensi vengono dal nord, sono tedeschi o franchi, e prima ancora che religiosi sono uomini d’azione, amministratori oculati, agricoltori che riscoprono gli antichi trattati romani d’agronomia per mettere meglio a frutto i vasti possedimenti fondiari Farfensi che giungevano fino a Roma e Civitavecchia.

È in questo periodo che il territorio di Fara Sabina viene diviso in piccoli lotti 60-80 acri, ognuno dei quali sufficiente a dar da vivere ad una famiglia contadina e viene ceduto ad agricoltori locali e a coloni con contratti a terza generazione. Vale a dire che la terra restava nominalmente del monastero, ma i proprietari ne avrebbero potuto godere dei frutti per tre generazioni e allo scadere di questo tempo avrebbero avuto un’opzione preferenziale sulla sua successiva assegnazione. Fra un tipo di contratto molto caratteristico e del quale non sì trova quasi eguale forma nella distribuzione feudale dei terreni intorno all’Anno Mille. Il contadino si sentiva padrone d’una terra che gli sarebbe appartenuta a lungo e di generazione in generazione si sforzava di arricchirla con dissodamenti ed altre colture in modo da poter portare questi risultati allo scadere dell’enfiteusi come prova del suo merito nel mantenere la terra. l’Abbazia, d’altro canto non perdeva il controllo di queste terre e tale controllo le assicurava prosperità economica. E’ così che inizia la storia di Canneto. Il toponimo (cioé il nome del luogo) indica uno di questi terreni incolti e semipaludosi (cannetus, formae, laci, pisciae) che venivano spesso annessi al confine di fondi fertili, nei contratti d’enfiteusi, con l’obbligo, annualmente, di dissodarne una piccola parte. Cosi’ di anno in anno cresceva l’area dei coltivi. La vita dei primi cannetani non dovette essere facile. Alla fine del IX secolo una grossa spedizione saracena devasta tutto il territorio, ne deporta la popolazione e giunge a distruggere l’Abbazia. Alla fine dell’Xl secolo, per proteggere la valle di Fara Sabina, si comincia a costruire un nuovo monastero fortificato sulla vetta del monte Acuziano. Ma il possente perimetro murario preoccupa il Papa che non vuole una fortezza imperiale alle porte quasi dì Roma. In seguito a trattative diplomatiche la costruzione viene abbandonata. A chi sale sul ponte, ancora oggi, i resti del castello (oggetto di interessanti scavi da parte di una spedizione archeologica inglese nei 1982 la quale ha riportato alla luce le tracce dell’antico cantiere) appaiono cosi’ ben costruiti e  forti  da  resistere, a  distanza di un  millennio  quasi a  qualunque  assalto. Intanto però del cannetus originario è rimasto ben poco. Le colline un tempo brulle si coprono alle pendici di ulivi e di alberi da frutto. I terreni di fondovalle vengono adibiti a coltura cerealicola e lungo i dorsali delle colline oggi brulle ma un tempo coperte di piante, anche d’alto fusto, trova spazio un allevamento brado di suini ed ovini. Canneto comincia, forse ad ospitare le sue prime strutture fisse: qualche bottega artigiana, una fucina, una chiesa, come quella di Canneto risalente forse all’XI-XII secolo. E, nello stesso tempo si spande lungo la valle dando vita a piccole frazioni che continuano ancor oggi a circondarla.

Canneto nell’età Moderna

Nel XV secolo Farfa divenne una commenda controllata da un cardinal commendatario che per conto del pontefice sovrintendeva ai movimenti finanziari dell’abbazia. Con l’avvento di questa nuova forma di governo inizia il lento declino della prosperità sabina.La Roma dei Papi era un pozzo senza fondo. II Regesto farfense, che raccoglie l’elenco di quanto dovuto dai vari fondi e dagli abitanti della zona, annota cifre che avrebbero fatto impallidire l’esosità dei longobardi. Inoltre lo spirito indipendente delle genti sabine non piace ai pontefici che cominciarono ad imporre limitazioni alle più redditizie attività della zona, quella dell’olivicoltura e della produzione olearia e quella dell’allevamento ovino.Tra il XVI e il XVII secolo scompare anche la Fiera di Farfa, che era stata nel Medioevo uno degli appuntamenti commerciali più importanti di tutta il centro Italia questo infligge un ulteriore colpo ai coltivatori locali, privati della possibilità di offrire i loro prodotti su un mercato prestigioso ed internazionale come quello rappresentalo dalla fiera. Ai piccoli olivicoltori viene lasciata solo tanto olio quanto è quello del fabbisogno delle loro famiglie per un anno, più una piccola misura in caso di necessità. Il resto della produzione doveva essere consegnata ai grandi magazzini annonari che furono costruiti in tutta la zona. Le carte catastali di questo periodo mostrano come nella zona di Canneto le piccole proprietà enfiteutiche si vadano progressivamente sostituendo ai grandi appezzamenti di terreno. Lo spazio e il pascolo scompare per le grandi greggi sabine. I coltivi vengono recintati ma in questo modo, impedendo alle greggi di calpestarli e di sedimentare su di essi il loro prezioso humus se e riduce anche la fertilità. Il paese ha, nel XVII secolo un aspetto a chiazze, caratterizzato da piccoli agglomerati di case sparse tra l’attuale centro cannetano e Montegrottone, intorno alle fattorie maggiori.


Canneto tra il secolo scorso ed oggi

La ripresa agricola di Canneto iniziò alla fine del XIX secolo. Tra il XVII e il XIX secolo gran parte dei terreni farfensi erano stati alimentati alle grandi famiglie dell’aristocrazia romana; quel che ne restava dopo il 1871, con la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, divenne facile preda di accaparratori. Gli agricoltori locali, che da secoli coltivavano quei terreni si ritrovarono espropriati e ridotti alle coltivazioni delle zone pedemontane rimaste, in genere, di proprietà demaniale. Terreni rocciosi, in forte pendio, detti cese (dal latino cadere sia nel senso che venivano  ceduti   per un certo periodo ai  coltivatori  in  cambio  di  un  modesto  canone  d’affitto  sia perchè tagliavano la montagna spingendo i muretti divisori, fatti con le pietre cavate rabbiosamente dai terreni, più in alto che potevano).

Canneto tra il secolo scorso ed oggi

La ripresa agricola di Canneto iniziò alla fine del XIX secolo. Tra il XVII e il XIX secolo gran parte dei terreni farfensi erano stati alimentati alle grandi famiglie dell’aristocrazia romana; quel che ne restava dopo il 1871, con la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, divenne facile preda di accaparratori. Gli agricoltori locali, che da secoli coltivavano quei terreni si ritrovarono espropriati e ridotti alle coltivazioni delle zone pedemontane rimaste, in genere, di proprietà demaniale. Terreni rocciosi, in forte pendio, detti cese (dal latino cadere sia nel senso che venivano  ceduti   per un certo periodo ai  coltivatori  in  cambio  di  un  modesto  canone  d’affitto  sia perchè tagliavano la montagna spingendo i muretti divisori, fatti con le pietre cavate rabbiosamente dai terreni, più in alto che potevano).

Ma questi terreni non erano fatti per sostenere il peso di coltivazioni intensive. La lunga linea di colline davanti a Canneto ha visto il coraggioso tentativo di generazioni contadine, strappare rocce messe a luce dalle piogge che dilagavano i pendii. In certi punti, raccontano i vecchi, si dissodava con gli esplosivi. In altri si utilizzavano grandi argani a vapore per tirare da una parte all’altra dei fondi i giganteschi erpici del dissodamento.La linea delle case ha continuato ad avanzare, strenuamente difesa di generazione in generazione dall’erosione dei suoli, dalla mancanza di filari frangivento, dalla rudimentalità dei colatoi per le acque piovane, fino agli anni ’60. Poi è cominciata la sua ritirata. Per due motivi. Molti dei piccoli agricoltori che avevano il terreno sulle cese hanno trovato altre occupazioni nell’industria, nell’edilizia, o nel terziario; inoltre le arature meccaniche in verticale e l’eliminazione dei filari di contenimento delle viti, che ostacolavano il passaggio dei trattori cingolati, hanno accelerato il degrado del suolo facendo scivolare a valle gran parte del terriccio fertile e riducendo la fascia coltivata a meno della metà di quello che era una generazione. A mezza montagna i resti di quei muretti faticosamente eretti, ormai sperduti tra la stentata vegetazione e tra le rocce che affiorano dalla terra estenuata, raccontano ancora l’avanzata verso il monte.Ma se le terre verso il monte dovevano essere faticosamente strappate alla pietra quelle a valle moltiplicavano la loro fertilità e facevano la fortuna dei grandi proprietari terrieri della zona, come i Pacieri, i Tanteri, i Manfredi, i Silvestri. Famiglie a volte venute dalle Marche o da più lontano e che avevano trovato in Sabina terreni e condizioni ideali per il loro spirito imprenditoriale.Molti di loro, come i Pacieri, arricchirono questa zona non solo dalle belle abitazioni che si fecero costruire e che conservavano, nel fasto delle facciate l’impronta dei loro proprietari contadini, ma anche di scuole, fontane, chiese, luoghi di riunione inoltre promossero la creazione di frantoi e di strutture industriali per lo sfruttamento delle ricchezze agricole della Sabina. A Canneto diverse lapidi ricordano gli interventi dei Pacieri, alla fontana, nella chiesa e nei locali ad essa annessi, nella scuola materna.Ma non bisogna credere che i rapporti tra proprietari terrieri e popolazione locale fossero idilliaci. La situazione era di grande sfruttamento per molta parte della popolazione cannetana ridotta alla condizione di manovalanza agricola. pagata, negli anni ’20 a mezzo litro d’olio al giorno, durante la raccolta delle olive. Dopo la grande Guerra, che costo’ alla popolazione dì Canneto quasi un intera generazione, il soffio dell’associazionismo trascorse anche su queste campagne. Sindacalisti venuti da fuori  tentarono di organizzare delle leghe dei braccianti e uno sciopero durarne la raccolta delle olive. Era il 1923, in un’Italia già avvelenata dallo squadrismo. Canneto fu testimone di un oscuro  sanguinoso episodio.Un corteo dì braccianti, bloccato poco fuori dal paese dal­la guardia fu falciato dai colpi delle forze dell’ordine.Tra uomini, donne e bambini rimasero morte undici persone e piu’ del doppio fu­rono gravemente ferite. Ancora oggi la dinamica dei farti non èstata pienamente rico­struita; si ignora chi sparò per primo, se effettivamente, come si disse, parte dei dimostranti erano armati, se, come dissero altre voci, le guardie erano stare aizzate ed ubria­cate da alcuni proprietari terrieri.

Un paese come Canneto, cresciuto “a macchia” nella campagna circostante, non può avere una vera e propria tipologia architettonica urbana. In altri termini tutte le sue case, anche quelle più antiche, costruite nel centro o nelle zone più vecchie del paese presentano delle caratteristiche tipiche delle dimore rurali, delle fattorie che sorgevano alla sua periferia e che, con il crescere dell’agglomerato,venivano via via assorbite da esso e trasformate in case di paese. Così i caratteri essenziali delle Antiche architetture