L'olivicoltura

La coltura dell'olivo in Sabina ha una storia antica, risalente forse alle prime popolazioni italiche che abitarono queste colline. Terenzio Varrone, un agronomo reatino  dell'epoca tardo-romana lasciò in merito molte annotazioni circa il tipo d'impianti da costruire per far fruttare meglio il proprio oliveto, il trattamento da riservare preventivamente ai terreni, l'esposizione al sole e ai venti, l'epoca del raccolto delle olive. Tutto ciò che egli scrisse dice di averlo "in meis fundis colendo animadverti", di averlo cioé sperimentato nel suo stesso oliveto, proprio in questa zona, forse in una delle ville fattoria abbandonate i cui resti si trovano in tanti punti intorno a Canneto. E' notevole come molte delle raccomandazioni che la moderna agronomia fa agli olivicoltori per migliorare il rendimento delle proprie piante siano già state fatte agli antenati di essi da Terenzio Varrone, circa 2000 anni fa. Egli prescrive la disposizione "in ordine satae" fissando le distanze fra le varie piante e i filari, dice che l'olivo predilige terreni caldi e grassi e che deve essere piantato in pendii esposti al sole e moderatamente ventilati. Suggerisce inoltre degli accorgimenti per far si' che "et olea plures nascuntur” "et celerium conquantur", cioè per sveltire la crescita  ed rescere la produzione.Ma all'epoca del’Impero la concorrenza degli olii provenienti dalla Grecia, dal Meridione italiano e dalla Spagna (anche in questo caso è singolare come la storia ripeta alcuni eventi a distanza di millenni), avevano talmente abbassato il prezzo dell'olio d'oliva sul mercato di Roma da decretare la fine dei grandi uliveti sabini. Molti di essi vennero abbandonati ancor prima della calata dei barbari. Altri trasformati in frutteti, altri inselvatichirono. Malgrado l'interesse agricolo medievale fosse prevalentemente cerealicolo, per far fronte all'endemica mancanza di alimenti di prima necessità, gli abati di Farfa, fin dall'VllI-IX secolo, ebbero cura di destinare parte dei territori sabini alla ripresa e al miglioramento delle coltivazioni d'olivi.Il Regesto farfense parla nel 724 e nel 740 di due uliveti acquistati dal leggendario abate Tommaso di Morrienna, una delle figure più importanti nella storia del nostro territorio, e che "ubi pastinari monachi debeant', dovevano essere coltivati dai monaci stessi. I suoi successori acquistarono casali la cui toponomastica sì è mantenuta ancora oggi come il Paterno, "olivetum, vassilecam et molndinum", cioè dotato oltre che di oliveto anche del frantoio, e un casale d'un tal Lupo 'cum casis suis, vineis, olivetis".Tuttavia si tratta di coltivazioni sparse. La vite prevale ancora sull'olivo e molte zone vengono ancora, come il nostro paese a quell'epoca (XI-XII secolo) tenute a canetae cioè a territorio incolto, ma non per questo improduttivo che dal cannetus si traevano canne, erbe e vi si potevano impiantare vivai di pesca e riserve di caccia agli uccelli palustri. Per la mentalità medioevale la terra incolta ha una sua importantissima funzione anche perché, non venendo quasi attuata alcuna coltivazione a foraggio, per non togliere ai cereali spazio prezioso, l'allevamento, che era la primaria fonte di sostentamento della nostra zona, doveva essere compiuto brado ed aveva appunto bisogno della silva e del cannetus per potersi sviluppare.È vero che la clausola "ad usum fruendi et meliorandi" che l'abbazia impone agli  affittuari dei suoi terreni riduce sempre più il terreno incolto ed aumenta l'area degli oliveti e che dall'XI-XII secolo in poi molti frumentari, cioè i tributi dovuti come canoni d'affitto vengono pagati in olio, segno del diffondersi di questa coltura, ma solo alla metà del XV secolo, con l'avvento dei cardinali commendatari e una nuova politica economica dell'abbazia, si avranno le prime aziende agricole dedite unicamente all'olivicoltura. Gli elenchi dell'attrezzeria di queste aziende mostrano come esse fossero dotate di macine e mole a pietra, alcune girate a braccia, altre a forza animale, altre ancora, piu' grandi, ad energia idraulica. Vi sono segnalati, in alcuni casi anche locali per i lavora- tori, stanze da riposo e bagni, strutture di cui più tardi si perse anche il ricordo e che vennero riesumate in via sperimentale solo nel dopoguerra, in aziende modello come l'Oleificio Farense di Canneto.Tuttavia, durante l'età moderna l'olivicoltura non ebbe grande incremento. I catasti del XVII e XVIII sec. mostrano rari oliveti e chiamano le piante "olivastri", cioè olivi di qualità inferiore e capaci dì produrre poco raccolto, usati spesso piu' come sostegni viventi per filari di vite che non per una loro specifica  coltivazione, Nel 1793 il Gandolfi segnala una selva di 8000 olivastri nel comune di Fara Sabina ma dice anche che si tratta di piante non curate e che il loro stato è tale da essere mantenute più per un legame che non per il frutto.L'aspetto che le nostre colline hanno riacquistato oggi e che, probabilmente riprende quello che dovettero avere ai tempi di Terenzio Varrone  è frutto dei coloni del secolo scorso. Sono infatti le generazioni di agricoltori che affluiscono in Sabina negli ultimi decenni dell'800 ad introdurre le qualità fruttuose d'olivo sul territorio: la carboncella. la raja,il  leccino,l'olivastrone, e disporli in ordinare colture esposte a mezzogiorno e protette dai venti del nord dai contrafforti  della Tancia.Il XIX sec. e oggi si è passati da 6.000 a 21.000 ettari di estensione olivicola in Bassa Sabina. Nel cannetano l'olivicoltura si sviluppò soprattutto a cavallo dei due secoli e fu caratterizzata dall'accentramento dei piccoli fondi in grandi imprese agricole gestite con metodi già protoindustriali come testimonia la casa- frantoio dei Tanteri a Canneto.Tuttavia l'avanzata dell'ulivo non è sempre stata facile. Esso è una pianta forte ma, come molti giganti ha insospettati talloni d'Achille. Non resiste al gelo se non per brevi periodi e facilmente è suscettibile di malattie che possono o scavare quelle caratteristiche "carie” all'interno dei tronchi che sovente si vedono negli esemplari più vecchi, o attaccare il frutto minando la fertilità dell'albero, come fa la mosca olearia.Nel 1956 e più recentemente nel 1985 delle nevicate inusitate per i nostri climi hanno dato il colpo di grazia a molti vecchi olivi e hanno decretato il taglio di intere coltivazioni. Tuttavia i sabini sono gente tenace. Le distese di pali e canne che capita di vedere lungo i pendii delle colline nelle nostre campagne possono fare apparire un segno di desolazione, ma legato ad ognuno di quei pali c'è un piccolo ramoscello d'olivo. Cosi' piccolo che difficilmente sì potrebbe crederlo in grado di diventare uno di quei giganti che sfidano i secoli, eppure vitale. Impianti a goccia. arature  fertilizzazioni appositamente studiate difendono ed incrementano al meglio la vita di questi arboscelli.Sembra follia investire su alberi che non daranno un rendimento apprezzabile prima di un decennio ma è proprio in questa follia la grande lezione di tenacia e di fiducia nel domani che Ia civiltà contadina di Canneto è ancora oggi in grado di fare.

                      

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